ADVENAE: CONCEPT
Dando alle cose comuni un alto senso, all´ordinario un aspetto misterioso, al conosciuto la dignità dello sconosciuto, al finito la parvenza dell’infinito, così lo rendo romantico.
Novalis, Poeticismen
If we persist in defining Nature as something outside of ourselves, as wilderness, then we fail to address the real source of our current problems.
Charles Hagen
Un’agave è un’agave è un’agave (Gertrude Stein mi perdonerà) – ma dipende dai punti di vista. Il fotografo tedesco Alfred Renger-Patzsch nel suo libro Il mondo è bello accosta la pianta a un palo dell’elettricità per dimostrare l’analogia che esiste tra forme naturali e forme artificiali. L’artista della Nuova Obiettività riceve dure critiche dal filosofo Walter Benjamin per la sua esaltazione della cosa invece che della causa (sociale, economica, ecologica che sia) che si manifesta nel suo approccio puramente formale.
Notorietà hanno acquisito anche le agavi di Edward Weston, pioniere della fotografia purista e membro di spicco del gruppo di fotografi californiano f/64. Questo gruppo era spinto dal desiderio di uscire dall’isolamento culturale e geografico della West Coast scegliendo i paesaggi inconfondibili e le piante autoctone della loro zona per promuovere con enfasi un “arte nuova in un paese nuovo”. Le loro riprese erano concepite con glaciale distacco emotivo; presentazione e non interpretazione era il loro scopo estetico. “Nella maggior parte (delle fotografie esposte) gli oggetti erano visti da vicino, incorniciati dal cielo o da uno sfondo altrettanto neutro. Non si muoveva niente, e molta attenzione era rivolta al fine dettaglio della struttura e delle superfici dei soggetti. Poco nelle fotografie suggeriva il mondo moderno industriale o i problemi del periodo” (Th. Thau Heymann).
Questo commento a una mostra del gruppo f/64 sembra fatto su misura anche per il ciclo di fotografie che Paul Blanchard espone nella Galleria Immaginaria di Firenze. Con la scelta non certo casuale dell’immagine emblematica dell’agave l’artista rende omaggio proprio a questa specifica tradizione della storia della fotografia. Ma già con il titolo – Advenae, Stranieri – che ha dato ai suoi ritratti indica un’approccio concettuale completamente differente. La sua intenzione è di andare ben oltre gli aspetti prevalentemente formali che contraddistinguevano i lavori dei suoi predecessori.
Il rapporto dell’uomo con la natura, la storia e il futuro di questo rapporto stanno al centro dell’interesse creativo del fotografo, pittore ed environmental artist americano. La sua vita e la sua arte sono legati al mondo aperto, accogliente e comunicativo del mediterraneo, che una volta era e che lui continua a vedere nel suo lavoro come il centro in mezzo alle altre terre del mondo.
Advenae, Straniere, sono le piante da lui ritratte in questa serie di fotografie in bianco e nero. Non sono autoctone della flora mediterranea, vengono da un lungo viaggio fatto nel tempo e nello spazio. Contemporaneamente viaggiatori e legami tra mondi che prima del loro arrivo sembravano inconciliabili. Lui le ha cercate nei parchi delle città del sud; giardini botanici dove le piante sono state introdotte, ospitate e coltivate, spazi organizzati con artificio dall’uomo per proteggere ed esporre la natura in tutta la sua bellezza.
Partendo dalla bellezza, dalla forza e dalla generosità delle piante in questo ambiente artificiale il ciclo Advenae pone la questione del rapporto tra natura e cultura. Presentandole sotto forme antropomorfe e sinuose, erotiche e sontuose ci rimanda ai tempi mitici in cui gli dei trasformarono le ninfe reticenti in cespugli brillanti, in cui gli uomini che violavano i boschi sacri venivano puniti con la morte lenta e crudele e in cui gli dei compensavano i loro fedeli trasformandoli in alberi rigogliosi e felici. Non esiste pianta che non sia anche dio e uomo.
La cultura del mediterraneo si è sempre basata sulla consapevolezza che natura e cultura sono interdipendenti, come testimoniano gli episodi narrati da Ovidio nelle Metamorfosi. L’ordine segue al caos della creazione se l’uomo agisce con responsabilità rispettando “la natura come principio di base di ogni esistenza” (Friedrich Wilhelm Schelling). Non possiamo illuderci che andando alla ricerca del caos iniziale, della natura selvaggia e incontaminata salviamo il pianeta e noi stessi.
Col ciclo Advenae Paul Blanchard ci racconta della riuscita integrazione di elementi estranei e fragili grazie a interventi mirati sull’ambiente. Ci nega ogni illusione (tanto cara ai fotografi californiani) che la natura possa esistere indipendentemente dall’intervento dell’uomo. E ci mostra che non esiste straniero che non arricchisca la terra dove approda.
Bianca Röhle
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